L’unicorno e ME

“Bella questa foto” “Davvero?” “Sì, mi piace. Ha una luce particolare”. Sabato 4 agosto, 8.36. Gli mando una mia foto, ho voglia di lui. Mi fa questo effetto, umido, anche a distanza. Pazzesco. L’immagine potrebbe essere volgare, ma lui nota la luce. Sa vedere oltre le cose e farmi guardare da una prospettiva diversa. “Potresti pubblicarla su un sito”. Mi piace scrivere, mi piacciono gli stimoli che lui mi dà e il suo entusiasmo. Così nasce questo spazio un po’ sospeso tra il reale e la fantasia. Il nostro mix. Non so ancora come si riempirà. Intanto mi godo il viaggio.

“Mi piace il tuo mondo, è colorato” “Perché c’è Trilly”

Questa è in realtà la prima foto di un pezzo di me inviata a lui. Quella cui si riferisce il post la teniamo per noi 😉

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Legami, rose, riti…

Hai mai letto Il piccolo principe? Parla di un ragazzo come te, che vola tra le stelle. È curioso, come te, e nel suo viaggio tra i pianeti fa degli incontri, alcuni buffi, alcuni importanti. Parla di legami , di avvicinamenti a piccoli passi, di rose rese uniche dal tempo che si dedica, dell’importanza dei riti, che fanno un’ora differente dalle altre ore, come le 9.30 quando aspetto il tuo ‘chiama‘, un giorno differente dagli altri, come per me i mercoledì…

Fu allora che comparve la volpe.

— Buongiorno — disse la volpe.

— Buongiorno — rispose educatamente il piccolo principe.

— Sono qui — disse la voce — sotto il melo.

— Chi sei? — chiese il piccolo principe. — Sei molto bella…

— Sono una volpe — disse la volpe.

— Vieni a giocare con me — le propose il piccolo principe. Sono così triste…

— Non posso giocare con te — rispose la volpe. — Non sono addomesticata.

—Ah! Scusami — fece il piccolo principe.
— Che significa “addomesticare”?

— Significa “Creare dei legami…”

— Creare dei legami?

— Certamente — disse la volpe. — Per me tu non sei che un ragazzino, uguale a centomila altri ragazzini. Non ho bisogno di te. E neppure tu non hai bisogno di me. Per te non sono che una volpe qualsiasi, uguale a centomila altre. Ma, se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo. Io sarò per te unica al mondo

— Comincio a capire — disse il piccolo principe. — C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…

Ma la volpe tornò alla sua idea:
— La mia vita è monotona. Vado a caccia di polli, gli uomini cacciano me. Tutti i polli si somigliano, e tutti gli uomini si somigliano. Dunque mi annoio un po’.
Ma se tu mi addomestichi, nella mia vita ci sarà un sole.
Riconoscerò un rumore di passi che sarà differente da qualsiasi altro. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra, il tuo mi chiamerà fuori dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù, i campi di frumento? Io non mangio pane. I campi di frumento non mi dicono nulla. Ma tu hai i capelli dorati. Allora sarà bellissimo quando mi avrai addomesticato! Il frumento, che è dorato, mi farà venire in mente te. E adorerò il rumore del vento tra le spighe

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:

— Se ti va… addomesticami! — gli disse.

— Che si deve fare? — domandò il piccolo principe.

Bisogna essere molto pazienti — rispose la volpe. — In un primo tempo ti siederai sull’erba un po’ distante da me, così. Ma, ogni volta, potrai sederti un po’ più vicino…

Il piccolo principe ritornò all’indomani.

Sarebbe meglio tornare sempre alla stessa ora — disse la volpe. Per esempio, se tu vieni sempre alle quattro del pomeriggio, alle tre io già comincerò ad essere felice. Più si avvicinerà il momento, più mi sentirò felice. Alle quattro comincerò ad agitarmi e sarò in apprensione; scoprirò allora qual’è il prezzo della felicità! Ma se tu vieni quando ti pare, non saprò mai quando preparare il mio cuore… c’è bisogno di riti.

— Che cos’è un rito? — disse il piccolo principe.

— È ciò che fa di un giorno un giorno differente dagli altri, una certa ora, un’ora differente dalle altre ore.

Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l’ora della partenza fu prossima:

—Ah! — disse la volpe… piangerò.

— È solo colpa tua, — disse il piccolo principe — io non volevo farti del male, sei tu che mi hai chiesto di addomesticarti…

— Certo — rispose la volpe.

— Ma piangerai! — osservò il piccolo principe.

— Certo — disse la volpe.

— Allora non ci hai guadagnato niente!

Ci ho guadagnato — rispose la volpe — il colore del frumento.

Dopodiché aggiunse:

— Torna al roseto. Capirai quanto la tua rosa sia unica al mondo. Quando ripasserai per dirmi addio e ti regalerò un segreto.

Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.

— Voi non siete affatto simili alla mia rosa, non siete ancora nulla — disse. Non vi hanno addomesticato e voi non avete addomesticato nessuno. Siete nello stato in cui era la mia volpe. Non era che una volpe qualsiasi, uguale a centomila altre volpi. Ma me la sono fatta amica, e ora è unica al mondo.

Le rose erano imbarazzate.

— Siete belle ma vuote — aggiunse. — Non si può dare la vita per voi. Di certo, un passante qualsiasi penserebbe che voi siete simili. Ma lei da sola è più importante di tutte voi altre insieme, perché è lei che ho innaffiato. Perché è lei che ho protetto con un paravento. Perché erano su di lei i bruchi che ho ucciso (salvo i due o tre che ho tenuto per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lagnarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa.

E ritornò dalla volpe:

— Addio — disse…

— Addio, — disse la volpe — Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che con il cuore. L’essenziale resta invisibile agli occhi.

— L’essenziale resta invisibile agli occhi — ripeté il piccolo principe per tenerlo a mente.

— È il tempo che hai speso per la tua rosa che l’ha resa così importante.

— È il tempo che ho speso per la mia rosa…
— fece il piccolo principe per tenerlo a mente.

— Gli uomini hanno dimenticato questa verità — disse la volpe. — Ma tu non la devi scordare. Si diventa per sempre responsabili di chi si addomestica. Tu sei responsabile della tua rosa…

Io sono responsabile della mia rosa… ripeteva il piccolo principe per tenerlo a mente.


La mia isola

Ogni giorno diverso. Ma sempre emozionante. Sei così. Un regalo speciale dentro al quotidiano. “Amante” delle sorprese. A volte pensieroso, a volte leggero. A volte mi dici cose carine, altre volte “non mi dai soddisfazione”. A volte faccine coi baci, a volte pini e freccine. Ma ci sei, nella mia vita. Ti sento. E’ bello trovarti ogni mattina, ridere con te, ripescarti quando cadi in qualche loop buio della tua testolina, sentire che ti fidi, raccontarmi, stare bene con te. Cercarti ed essere cercata. Sceglierci ogni giorno. Possono essere le 6.30 al tuo risveglio oppure le 10. Ho sempre voglia di sentirti, di viverti. Abbiamo creato un nostro luogo segreto. Lontano da tutto. Un’isola pazza e felice. Dove sappiamo di poterci ristorare, per riposarci, ridere, parlare di cose importanti o di cavolate, o fare l’amore. “Ci siamo trovati”. “Non voglio perderti”. È bello così. Tanto. Non mi stanco di Te. Sei particolare. Grazie per esserci. Anzi…fuck 😉

“Sei una galassia di cui mi mancano tante stelle. Ecco perché non mi stanco mai di guardarti, per scoprirle tutte, una ad una”.

Il muro oltre la siepe

curióso agg. [dal lat. curiosus, «che si cura di qualcosa»]. – 1. Desideroso di conoscere, di sapere, di vedere, di sentire; 2. letter. Che ha cura di qualche cosa, sollecito, avido, bramoso; 3. Che attira l’attenzione per qualche stranezza o bizzarria, che è singolare, fuori dell’ordinario.

Sei curioso. In tutte le accezioni. Come lo sono io. Forse é questo che ci ha avvicinato. La curiosità reciproca e per il mondo, quello reale e quello segreto che custodiamo. Come quella mattina in cui mi hai chiesto di raccontarti di me, ad ogni risposta mi chiedevi di ‘andare oltre‘, sapevi che c’era altro. Chiedevi se ci fosse qualcosa che non ti avrei mai detto, volevi che ti raccontassi proprio quello, mi hai guidata con un lanternino negli angoli bui dei miei pensieri per mettere in luce il più nascosto e svelartelo. Mi hai promesso che avresti accettato. Senza giudizio. E lo fai. Perché non ami mettere etichette, sono un ostacolo al conoscere.

Ti ho aperto casa mia. Mi hai spogliata completamente. Ti ho aperto la porta dei miei segreti, l’hai spalancata. Qualcuno è ancora lì in attesa di essere raccontato, con i miei tempi.
Con i tuoi tempi ti stai aprendo a me. Un muro, oltre la siepe, oltre cui mi permetti ogni tanto di sbirciare. Un regalo prezioso, ogni cosa che mi racconti. Che mi avvicina alla tua essenza, alla tua natura nascosta, a cui pochi hanno accesso. Una natura variopinta e ricchissima. Ogni volta un piccolo inaspettato viaggio dentro di te. Binari che corrono.
Chi siamo veramente quando nessuno guarda?
Come quando siamo soli e facciamo cose che nessuno immagina. Tu mi riporti a questo interrogativo, su di te e di riflesso su di me. Perché siamo molto simili in questo nostro voler vivere tante vite in una. Ci siamo riconosciuti per questo.

Chi siamo, piano piano ci avviciniamo a conoscerlo, l’uno dell’altra, in questa amicizia ‘particolare’ che ci lega, e che coltivo e proteggo ogni giorno. Forse non lo sapremo mai del tutto. Ma quel non detto lascia sempre la voglia di parlare ancora, l’attenzione sempre alta all’altro.

È un esercizio, per me, imparare ad aspettare i tuoi tempi, io che di solito voglio le risposte subito, rispettare i pensieri che non vuoi condividere, mentre vorrei sapere tutto. Sei arrivato per insegnarmi anche questo. A trovare una giusta misura con te. Ad apprezzare gli accostamenti forti di colori. A capire che quella curiosità che ti permette di entrare così facilmente in relazione con le persone che a volte ho temuto togliessero qualcosa a noi, è in realtà la stessa che ti riavvicina ed è anche quella che ti porta ad essere così aperto al mondo, la fotografia, la musica, e che conduce a quel lato di te che adoro perché arricchente, stimolante, mai banale. Quella curiosità che a volte ti fa infilare in situazioni ingarbugliate che vorrei aiutarti a districare. Vorrei essere amica, confidente, amante, collega. Ma soprattutto e in ogni modo complice. A volte stupita dalla tua testolina, ma mai giudicante, curiosa di conoscerti ancora.

[6/2, 23:41] 🦄: Eppure sei perfetto così…incoerente incostante incomprensibile
[6/2, 23:41] 🦄: (Quasi) incorruttibile
[6/2, 23:42] 🦄: Sei freschezza e adrenalina

Sei

30 gennaio

6 mesi fa esatti il nostro primo caffè “fuori
Fuori dal luogo dove i nostri percorsi si sono per caso incrociati
Fuori dai ruoli che fino ad allora avevamo ricoperto
Fuori perché abbiamo parlato di tutto e riso e avevamo voglia di “stropicciarci”, ma non potevamo
Fuori perché non eravamo in un luogo chiuso, perché non avevo osato proportelo al primo incontro e perché sembrava giusto così, senza correre, anche se la volta dopo non ci siamo trattenuti
Fuori perché è la nostra condizione naturale: fuori dalla regolarità, dalla consuetudine, dalla noia
Fuori, a volte, dalle nostre vite
Ritagliarsi insieme un tempo per trovare ossigeno fuori da noi stessi
Una telefonata, una risata, un messaggio, una sorpresa, un pranzo o un’ora tranquilli come piace a noi
Fuori da ogni incasellamento
Fuori è il nostro posto

“…perché non è una questione emotiva per te, non è neanche questione di sesso, è solo questione di trovare sollievo un’ora o due dal peso di essere te stesso…e per me va bene così perché voglio esattamente la stessa cosa” (dal film “Amore e altri rimedi”, di Edward Zwick)

Immersioni

Mermaid

Fare l’amore al gelo a gennaio, tu in maglietta con la sciarpa, io senza togliere nemmeno la giacca, per terra, un materasso, una stufetta e noi. Tu che ridi, io che ti sento dentro più delle altre volte, vestiti, ma senza barriere, tu libero di essere euforico, io libera di lasciare fluire gli orgasmi che mi provochi come non era mai successo. Tu ilare, distratto, io concentrata su te che ti muovi dentro me. La follia a modo nostro. Il calore in una casa senza riscaldamento. Posso non sentire freddo in una stanza gelida quando ti ho addosso, o sentirmi gelare anche al caldo quando ti allontani, “chiuso”, “distante dal tuo mondo”. Accenni a pensieri che non puoi svelarmi. Ti chiedo io che cosa sono. Mi spieghi cosa non sono. Faccio un passo indietro. Aspetto. Che torni. Che ti immergi, da solo, nelle tue acque profonde, segrete. Ogni volta sprofondo un po’ anche io. Imparo a stare in apnea con te. Un viaggio attraverso un buio che scopro di non conoscere ancora abbastanza. Poi riemergi, rigenerato, sorridente, come ti ho visto dalla prima volta. “Chiama”. Ridiamo, fantastichiamo su strani esperimenti, su tue punizioni che a me sembrano premi, parliamo di come stai, di come sto, possiamo passare da discorsi surreali ad argomenti serissimi. “Avevo bisogno e voglia di sentirti“, “ma dove ti ho trovato?”, “certi incontri arrivano in momenti non causali“. Io che mi ero prefissata di odiarti.
Ci siamo trovati. Mille mille mille baci…

Alla fine le anime gemelle si incontrano poiché hanno lo stesso nascondiglio.
(Robert Brault)

Finestre

Domenica mattina, nel letto mio marito si avvicina e mi tocca. Penso a Te, a noi, a quel mattino di sole. Sono bagnatissima. Penso alla Tua mano su di me. A come d’istinto mi apro quando ti avvicini. Mi apro, fisicamente, mi espongo, sbircio oltre il tuo muro quando piano piano me lo permetti, si aprono finestre. Mi accendi. Anche solo il pensiero di Te. Un’ossessione piacevolissima. Sai che ossessione deriva da ‘assedio’, qualcosa che non si riesce a scacciare. La mia mente assediata da Te, da qualche tempo, non provo nemmeno a scacciare questo pensiero, lo accolgo, lo accarezzo, come le mie unghie su di Te, lo lascio scivolare dentro me, lo trattengo dentro. Tu nella mia testa, come il Tuo cazzo nella mia fica. Non ti farei mai uscire.
Mai. Dalla torre. Come l’altro giorno. Mi dici “fammi strada“, impaziente. Saliamo le scale veloci. Non ricordo mai come arriviamo a sdraiarci in un istante, Tu sopra di me, mi apri le gambe, le pieghi di lato, Ti chini a leccarmi. La Tua testa tra le mie mani. Poi in ginocchio davanti a me, Ti spogli, Ti accarezzo, giochi con la mia voglia, fuori poi dentro. Forte, fino a farmi venire. Mi giri, entri ancora, una mano tra le mie cosce, l’altra mi stringe, sotto il Tuo peso, insisti finché vengo ancora. Lo senti. Ti bacio. “Ti odio“. Entri forte dentro di me da ogni accesso. Mi giro a guardarti. Sei diverso, deciso, non Ti fermi. Non ridiamo adesso. Ma stiamo bene. Ti sdrai sulla schiena, salgo sopra di Te, mi sposti, Ti tocchi, Ti bevo. “Aspetta“, mi dici. Resto immobile sopra di Te. Gioco con le Tue dita.
Ci alziamo, Ti abbraccio, guardi la finestra. Come han fatto a mettere le cerniere alla finestra rotonda? La Tua testa non si ferma mai. Curiosa. Guarda fuori. Il sole. Vuoi aprirla. Devi andare Oltre. Sempre. Mi fai vedere cose nuove. Grazie. Fuck.

Sei la finestra a volte verso cui indirizzo parole di notte, quando mi splende il cuore.
(Alda Merini)

Guarderò attraverso la finestra dei tuoi occhi per vedere te (Frida Kahlo)

Stelle


La bellezza non è nelle cose, ma nell’occhio che guarda.

Puoi guardare sotto il mare oppure su nel cielo, un insetto, un fiore o un paesaggio che ti fermi a fotografare mentre ti sposti in macchina per lavoro e mi parli al telefono. Mi trasmetti vibrazioni. Con la voce. Con la musica. Con le foto. Con i tuoi silenzi. Guardo i tuoi scatti, del mondo e di te. A volte è difficile metterli insieme in un’idea di te. Come una macchia di quel test ancora da fare. Variopinta. A volte complessa da decifrare, a volte così immediata. Ma bellissima da osservare prendere forma nella mia testa.

Il cielo guarda te

Fred De Palma

Ti pensavo 
Non ci crederai 
Infatti non ci credi mai 
Non ci credi mai

Ci messaggiamo 
“Come sto?”, “come stai?”, “bene” 

Adesso in che parte del mondo sei? 
Ti fai troppi viaggi che non sono i miei

Se guardo quella foto io mi chiedo se 
Sei tu che guardi il cielo o lui che guarda te 
Se guardo quella foto io mi chiedo se 
Sei tu che guardi il cielo o lui che guarda te 
O lui che guarda te 
Che guarda te

Mi pensavi, chi ci crede? 
Noi che ci siamo lasciati con un “ci si vede” 
Io pieno di ma, lei piena di sé 
Ha gli occhi troppo grandi per guardare solo me

Io che non penso al futuro 
Perché il futuro è già oggi 
Devo imparare a lasciare il mio segno 
Senza lasciare i miei sogni

Le speranze con cui darsi carica 
I problemi di cui farsi carico 
Tu che non metti neanche l’orologio 
Per non sentire il tempo farsi rapido

E piangevi guardando là fuori 
In mezzo alle macchine che transitavano 
Perché dicevi che certi paesaggi 
Tu li vivi come stati d’animo

Noi parlavamo di tutto 
Ma forse un “ti amo” non siamo riusciti mai a dirlo 
Ma ci saremmo buttati nel vuoto 
Insieme solo per riempirlo

Adesso in che parte del mondo sei? 
Ti fai troppi viaggi che non sono i miei

Se guardo quella foto io mi chiedo se 
Sei tu che guardi il cielo o lui che guarda te 
Se guardo quella foto io mi chiedo se 
Sei tu che guardi il cielo o lui che guarda te 
O lui che guarda te 
Che guarda te