La mia isola

Ogni giorno diverso. Ma sempre emozionante. Sei così. Un regalo speciale dentro al quotidiano. “Amante” delle sorprese. A volte pensieroso, a volte leggero. A volte mi dici cose carine, altre volte “non mi dai soddisfazione”. A volte faccine coi baci, a volte pini e freccine. Ma ci sei, nella mia vita. Ti sento. E’ bello trovarti ogni mattina, ridere con te, ripescarti quando cadi in qualche loop buio della tua testolina, sentire che ti fidi, raccontarmi, stare bene con te. Cercarti ed essere cercata. Sceglierci ogni giorno. Possono essere le 6.30 al tuo risveglio oppure le 10. Ho sempre voglia di sentirti, di viverti. Abbiamo creato un nostro luogo segreto. Lontano da tutto. Un’isola pazza e felice. Dove sappiamo di poterci ristorare, per riposarci, ridere, parlare di cose importanti o di cavolate, o fare l’amore. “Ci siamo trovati”. “Non voglio perderti”. È bello così. Tanto. Non mi stanco di Te. Sei particolare. Grazie per esserci. Anzi…fuck 😉

“Sei una galassia di cui mi mancano tante stelle. Ecco perché non mi stanco mai di guardarti, per scoprirle tutte, una ad una”.

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Sei

30 gennaio

6 mesi fa esatti il nostro primo caffè “fuori
Fuori dal luogo dove i nostri percorsi si sono per caso incrociati
Fuori dai ruoli che fino ad allora avevamo ricoperto
Fuori perché abbiamo parlato di tutto e riso e avevamo voglia di “stropicciarci”, ma non potevamo
Fuori perché non eravamo in un luogo chiuso, perché non avevo osato proportelo al primo incontro e perché sembrava giusto così, senza correre, anche se la volta dopo non ci siamo trattenuti
Fuori perché è la nostra condizione naturale: fuori dalla regolarità, dalla consuetudine, dalla noia
Fuori, a volte, dalle nostre vite
Ritagliarsi insieme un tempo per trovare ossigeno fuori da noi stessi
Una telefonata, una risata, un messaggio, una sorpresa, un pranzo o un’ora tranquilli come piace a noi
Fuori da ogni incasellamento
Fuori è il nostro posto

“…perché non è una questione emotiva per te, non è neanche questione di sesso, è solo questione di trovare sollievo un’ora o due dal peso di essere te stesso…e per me va bene così perché voglio esattamente la stessa cosa” (dal film “Amore e altri rimedi”, di Edward Zwick)

Immersioni

Mermaid

Fare l’amore al gelo a gennaio, tu in maglietta con la sciarpa, io senza togliere nemmeno la giacca, per terra, un materasso, una stufetta e noi. Tu che ridi, io che ti sento dentro più delle altre volte, vestiti, ma senza barriere, tu libero di essere euforico, io libera di lasciare fluire gli orgasmi che mi provochi come non era mai successo. Tu ilare, distratto, io concentrata su te che ti muovi dentro me. La follia a modo nostro. Il calore in una casa senza riscaldamento. Posso non sentire freddo in una stanza gelida quando ti ho addosso, o sentirmi gelare anche al caldo quando ti allontani, “chiuso”, “distante dal tuo mondo”. Accenni a pensieri che non puoi svelarmi. Ti chiedo io che cosa sono. Mi spieghi cosa non sono. Faccio un passo indietro. Aspetto. Che torni. Che ti immergi, da solo, nelle tue acque profonde, segrete. Ogni volta sprofondo un po’ anche io. Imparo a stare in apnea con te. Un viaggio attraverso un buio che scopro di non conoscere ancora abbastanza. Poi riemergi, rigenerato, sorridente, come ti ho visto dalla prima volta. “Chiama”. Ridiamo, fantastichiamo su strani esperimenti, su tue punizioni che a me sembrano premi, parliamo di come stai, di come sto, possiamo passare da discorsi surreali ad argomenti serissimi. “Avevo bisogno e voglia di sentirti“, “ma dove ti ho trovato?”, “certi incontri arrivano in momenti non causali“. Io che mi ero prefissata di odiarti.
Ci siamo trovati. Mille mille mille baci…

Alla fine le anime gemelle si incontrano poiché hanno lo stesso nascondiglio.
(Robert Brault)

Finestre

Domenica mattina, nel letto mio marito si avvicina e mi tocca. Penso a Te, a noi, a quel mattino di sole. Sono bagnatissima. Penso alla Tua mano su di me. A come d’istinto mi apro quando ti avvicini. Mi apro, fisicamente, mi espongo, sbircio oltre il tuo muro quando piano piano me lo permetti, si aprono finestre. Mi accendi. Anche solo il pensiero di Te. Un’ossessione piacevolissima. Sai che ossessione deriva da ‘assedio’, qualcosa che non si riesce a scacciare. La mia mente assediata da Te, da qualche tempo, non provo nemmeno a scacciare questo pensiero, lo accolgo, lo accarezzo, come le mie unghie su di Te, lo lascio scivolare dentro me, lo trattengo dentro. Tu nella mia testa, come il Tuo cazzo nella mia fica. Non ti farei mai uscire.
Mai. Dalla torre. Come l’altro giorno. Mi dici “fammi strada“, impaziente. Saliamo le scale veloci. Non ricordo mai come arriviamo a sdraiarci in un istante, Tu sopra di me, mi apri le gambe, le pieghi di lato, Ti chini a leccarmi. La Tua testa tra le mie mani. Poi in ginocchio davanti a me, Ti spogli, Ti accarezzo, giochi con la mia voglia, fuori poi dentro. Forte, fino a farmi venire. Mi giri, entri ancora, una mano tra le mie cosce, l’altra mi stringe, sotto il Tuo peso, insisti finché vengo ancora. Lo senti. Ti bacio. “Ti odio“. Entri forte dentro di me da ogni accesso. Mi giro a guardarti. Sei diverso, deciso, non Ti fermi. Non ridiamo adesso. Ma stiamo bene. Ti sdrai sulla schiena, salgo sopra di Te, mi sposti, Ti tocchi, Ti bevo. “Aspetta“, mi dici. Resto immobile sopra di Te. Gioco con le Tue dita.
Ci alziamo, Ti abbraccio, guardi la finestra. Come han fatto a mettere le cerniere alla finestra rotonda? La Tua testa non si ferma mai. Curiosa. Guarda fuori. Il sole. Vuoi aprirla. Devi andare Oltre. Sempre. Mi fai vedere cose nuove. Grazie. Fuck.

Sei la finestra a volte verso cui indirizzo parole di notte, quando mi splende il cuore.
(Alda Merini)

Guarderò attraverso la finestra dei tuoi occhi per vedere te (Frida Kahlo)

Frozen bubble

Mi aspetta nella piazza. “Esci”. Lo raggiungo nella sua macchina. Sorride, bello, come sempre. Appoggia la mano sulla mia coscia e sento già salire il piacere. Andiamo da me. Quando entriamo non ho tempo di aprire nemmeno il piumino. La sua mano sotto il vestito sa dove entrare, come toccarmi, sente la mia voglia di lui. Saliamo infretta le scale, lui dietro di me, mi alza il vestito, infila le dita fra le labbra umide. Suona il telefono. Rispondo mentre lui continua a toccarmi. In piedi vicino al letto. Mi bacia. Mi morde la lingua. Mi spinge giù. Mi apre le gambe. Mi tiro su per svestirmi. Un’altra spinta mi fa capire che comanda lui. Sfila le mutandine. Inizia a leccarmi. Lo guardo. Senza fiato. La sua lingua tra le cosce, il suo sguardo addosso. È perfetto. Affamato. Gli apro la camicia, sfila i pantaloni, si appoggia su di me, scivola dentro. “Avevo voglia di scoparti”. Anche io. Di sentirlo di nuovo dentro me. Mi guarda “sei seria”. Lo guardo muoversi dentro di me, appassionato, darmi piacere, una volta e poi ancora e ancora. Mi gira di lato. So dove vuole entrare, me lo ha detto. È suo. I colpi decisi, mi abbandono ai suoi movimenti, stringo le mani alle sue, vengo ancora. Si sdraia, mi piego su di lui, mi scosta i capelli, lo assaggio, percorro la sua lunghezza, scendo giù con la bocca, la lingua avvolge i suoi testicoli, si infila tra le cosce, viene.
Risalgo il suo petto, ci appoggio la testa, lo accarezzo. È teso. “Va tutto bene”. Questa ‘cosa’ con lui, magica e colorata come una bolla di sapone. Soffi, la osservi stupito ingrandirsi, salire in alto, cambiare forma. Seguire il vento, libera. Fragile. Ma bellissima da guardare.

Warm

Al mattino indosso le mutandine e faccio una foto per lui. Come un invito. Voglio che senta che il mio corpo è suo, che può farne cosa vuole. Questa mattina però non le metto. Voglio sentire che è tutto esposto per lui. E voglio che lui lo sappia, che immagini cosa c’è sotto il vestito quando mi vedrà. Che gli salga la voglia di toccare, di avvicinarsi, anche se non potrà. Sarà nello stesso mio posto, ma per lavoro, entrambi circondati da colleghi. È eccitante e nel contempo frustrante.
Arrivo prestissimo ma lui non c’è ancora. Incontro un mio collega e iniziamo a seguire una riunione. Ho voglia di scendere da lui, ma sono bloccata da un discorso infinito. L’attesa mi fa salire la voglia. Me la godo. Alle 10.30 arriva il suo messaggio: “passiii?”. Mi piace che sia impaziente. Appena riesco a trascinare via il collega arriviamo da lui. Sorride, come sempre, con quel sorriso che inonda tutto. È con la sua collega. Li salutiamo. Gli do la mano e due baci sulle guance, come se ci conoscessimo appena, mentre vorrei baciare le sue labbra come facciamo di nascosto nel nostro mondo segreto dietro una porta sottile. Gliele guardo, ripenso a quando erano appoggiate tra le mie cosce aperte, sdraiata sul tavolo della mia cucina. Il mio collega parla ma non ascolto cosa dice. Parlo con la sua collega. È strano averlo lì e dover far finta di niente. Ci allontaniamo di nuovo. Mi scrive: “Rimaniii”. “Che voglia di te” “Anche io”. Torno un po’ alle riunioni. “Dove seiiii. Ti alzo la gonna”. Con una scusa torno di nuovo da lui. Lo guardo salutare le altre mie colleghe, gentile e sorridente. Sono un po’ gelosa. Gli passo davanti con un collega. Mi scrive di non dare troppa confidenza. Mi piace come scherziamo. Prendo un caffè davanti al suo ufficio. Gli giro le spalle. Mi scrive. Nella mia mente un’immagine. Lui si avvicina da dietro, appoggia le sue mani sui miei fianchi e la sua bocca sul mio collo scostando i miei capelli. Sento i suoi pantaloni che si gonfiano contro di me. La mia fica che si bagna. Raggiungiamo un bagno. Non c’è nessuno. Entriamo. Appoggia il mio viso al muro. Solleva la gonna. Mi trova pronta per lui. Con una mano abbasso la sua cerniera e sfilo il suo cazzo dai boxer. Scosto un po’ le cosce per farlo entrare, con una spinta decisa. Fuori c’è il mondo. Lui è dentro di me. Mi sbatte forte. Poi rallenta. Mi fa impazzire. Poi di nuovo forte. Sento la fica che si contrae attorno al suo cazzo. Mi riempie di lui. Abbasso la gonna, ci ricomponiamo e usciamo di nuovo in mezzo alla gente. Mi raggiunge il collega. Dobbiamo andare. Mi stringe la mano. “Alla prossima”.

Macro

“Sbocciano i fiori sbocciano e danno tutto quel che hanno in libertà. Donano non si interessano di ricompense e tutto quello che verra’”

Come un fiore, in mezzo al prato. Ci sei passata di fianco diverse volte, distratta dai colori e dai rumori del resto del mondo. Lo avevi notato, ma non ti eri mai soffermata ad osservare da vicino la sua particolarità. Cosi’ lo hai avuto davanti più volte. Per mesi. Lo hai salutato, guardato ma non visto, ascoltato di fretta, non tantissime volte, ma abbastanza da sentire a un certo punto salire un sorriso difficile da reprimere. Un giorno di luglio inaspettatamente arriva un messaggio e scopri che se ti fermi un attimo ad ascoltare ed osservare puoi vedere molto di più in quel prato. Un piccolo mondo segreto a cui ti dà accesso a piccoli passi, in punta di piedi. Bisogna imparare ad andare piano, per non schiacciare le coccinelle, a godersi le attese delle farfalle, la passeggiata insieme. A camminare leggeri.